mercoledì, settembre 08, 2004

Le nostre radici - un ricordo rubato a Josè Saramago

Ero un bambino.

Come tanti altri in quel tempo un po' magrolino, con i calzoni corti sopra la caviglia. Quella mattina, al capezzale del nonno, faceva bella mostra di sè un raggio di sole che, timido, si infilava tra le fessure della finestra di legno quasi marcio.

Il nonno era lì, quasi immobile, nel suo letto di quella morte che si faceva attendere; non era poi così stanco della vita quanto, forse, di aspettare che la morte se lo portasse via, finalmente!

Ed io ero lì, con lui, come mi era capitato di fare spesso nell'ultimo mese, cioè da quando il nonno aveva deciso che questo mondo non poteva poi dirgli più tanto e al quale lui stesso non poteva più dare nulla.

Ma quella mattina, tra il raggio di sole e l'attesa, il nonno fu destato da un fremito ormai dimenticato: gli occhi azzurri come il cielo si accesero di una luce intensa, il corpo sembrò svegliarsi da un lungo sonno, i muscoli si tesero di nuovo... il nonno voleva scendere dal letto!

Cercai di fermarlo, o almeno di farlo ragionare.
Impossibile.
Il nonno voleva scendere dal letto e non sentiva santi.

Quando però si accorse che non si reggeva sulle gambe, capì che doveva chiedere aiuto. Così, calmato, ci pregò di portarlo fuori dalla casa, con tutto il letto, e di avvicinarlo a quel grande ulivo che aveva in mezzo al giardino.

Così io e i miei cugini sollevammo lui e il letto e, come in una processione, portammo il nonno accanto all'ulivo, curiosi di vedere cosa muoveva un vecchio fino al punto da resuscitarlo.

Guardò l'ulivo come un bambino guarda la vetrina di una pasticceria, gli occhi si addolcirono di una lacrima - una sola! - che tagliò in due le guance, la vecchia mano rugosa si appoggiò al fusto dell'albero, l'accerezzò ed una parola uscì dalla bocca del nonno:'grazie!'.

Poi il nonno chiuse gli occhi per l'ultima volta.


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Epilogo:

in realtà questa storia non è mia; come dice il titolo del post, l'ho rubata a Josè Saramago in un bellissimo pomeriggio di maggio del 2000.

Ero al teatro Argentina, con Antonio e papà, insieme a tante altre persone, attirato da questo distinto signore che, dai suoi sessant'anni in poi, aveva iniziato a scrivere quelle che considero tra le più belle pagine della letteratura contemporanea.

Da sempre fedele ai suoi ideali, rivisti con sofferenza alla luce della storia, Don Josè ha ribadito più volte che il nostro vero vantaggio è ricordare quali sono, e sono state, le nostre radici; insomma, da dove veniamo.

E raccontò la storia degli ultimi istanti di vita del nonno, dove l'ultimo pensiero fu per quell'albero, il primo piantato della piantagione di ulivi che erano stati per anni l'unico mezzo di sostentamento della famiglia dell'allora piccolo Josè.

L'ultimo pensiero di un uomo fu ringraziare l'albero, le sue radici, di avergli permesso di tirar su un'intera famiglia.

Le sue radici.

senzapelle

ps: ovviamente le mie infinite scuse a Don Josè per il ricordo rubato e tante altre infinite scuse per le (mie) inadeguate parole usate a descriverlo.